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“50 sfumature di greenwashing” è il titolo della serata che, il 30 gennaio, ha portato il pubblico riunito presso gli spazi della fondazione San Fedele (in piazza San Fedele 4 a Milano) a interrogarsi su come migliorare la propria sostenibilità, guidato da Federico Sordini, fondatore dell’azienda Elbec che produce calze e accessori tecnici in lana, che di domande, dubbi e perplessità ne ha lanciate parecchie.

Organizzato da Artesulcammino, l’appuntamento faceva parte della rassegna “Incontriamoci a Milano”: una serie di appuntamenti culturali proposti al pubblico milanese presso gli spazi della  fondazione San Fedele e ha acceso i fari sul fenomeno del greenwashing e sulla necessità di  accettare che le nostre attività un’impronta ce l’hanno comunque.

Siamo tutti immersi in un mercato che ormai a parole rende tutto sostenibile, ma non possiamo non chiederci cosa lo sia davvero, cosa possiamo fare per migliorare la nostra sostenibilità senza nasconderci che le nostre attività un’impronta ce l’hanno comunque e forse non è sempre così facile alleggerirla. Il greenwashing è sempre dietro l’angolo e spesso difficile da individuare per la sua abilità a camuffarsi.

Alcuni esempi dei tanti spunti proposti da Federico Sordini

Siamo sicuri che l’idea che il cambiamento verso un mondo più sostenibile dipenda dalle nostre singole scelte sia corretta e priva di trappole? Questa provocazione ha insinuato il primo grande
dubbio della serata.

Federico ha ricordato un momento preciso in cui si è accorto che tutto era diventato più verde, ad una fiera internazionale dell’outdoor di qualche anno fa: “Improvvisamente, da un anno all’altro, da un’edizione  all’altra, tutte le aziende erano improvvisamente diventate sostenibili. Nessuna azienda produceva più i propri prodotti utilizzando manodopera minorile, ma al contrario sbocciavano ovunque progetti per la realizzazione di scuole. Le pecore che fornivano la lana merinos erano tutte felici e foraggiate con prodotti biologici in allevamenti estensivi a spasso per l’Australia. Ovviamente la pratica del mulesing era stata improvvisamente ripudiata da tutti gli allevatori all’unisono”.

Greenwashing

Il termine greenwashing nasce negli Anni ’80, coniato dal giornalista Jay Westerveld a proposito della pratica delle catene alberghiere di far leva sull’impatto ambientale del lavaggio della biancheria per invitare gli utenti a ridurre il consumo di asciugamani, quando in realtà l’obiettivo era principalmente il risparmio economico attraverso la riduzione dei costi di gestione.

“Il greenwashing è dannoso perché – dice Sordini- porta ad una falsa percezione di sostenibilità,  impedendo alle persone di fare acquisti basandosi su scelte fondate. Il greenwashing può anche minare gli  sforzi delle aziende che effettivamente adottano pratiche sostenibili, facendo apparire la sostenibilità come una tattica di marketing invece di una vera e propria necessità per il pianeta”.

Molti sono stati gli stimoli e gli spunti di riflessione portati da Federico accompagnati dalla proiezione dei divertenti, ma significative vignette disegnate apposta per Elbec dall’artista Hurricane.

La lana è la soluzione?

Il materiale naturale come la lana è una soluzione, ma solo in parte. Certo non deriva a fonti fossili e non disperde microplastiche, ma cardatura, filatura e tinteggiatura sono processi altamente energivori che richiedono grandi quantitativi di acqua e le tinteggiature, pur se prive di cloro per il fissaggio (almeno quello!) sono comunque processi inquinanti che richiedono di essere monitorati con estrema attenzione. E poi bisogna considerare quanto ha viaggiato.

Con Elbec un tentativo, pur con mille difficoltà e con la consapevolezza che non si è mai arrivati alla fine della strada della sostenibilità, è quello della manifattura diffusa. Un progetto per la realizzazione in Val Pettorina di fasce e berretti di lana che vengono realizzati a mano da persone della valle. Un piccolo  progetto che prova a dare una risposta coerente alla ricerca di sostenibilità che per non essere zoppa  abbiamo capito che deve essere anche sociale, etica e culturale, oltre che ambientale ed economica.

Il prossimo appuntamento

Martedì 20 febbraio ore 18 presso la libreria Monti in Città in viale Monte Nero, 15 Milano, sarà presentato il libro “Inverno liquido”. Si parla di sci da discesa sulle montagne e si discute se i repentini cambiamenti lo stiano trasformando in uno sport elitario e ci si interroga su quali prospettive di riconversione possano essere messe in campo.

Maurizio Dematteis e Michele Nardelli aiuteranno a capire quali potranno essere le risposte a queste  domande. “Inverno liquido” è un reportage che ci conduce nel mondo del turismo di massa invernale che si sta sgretolando rischiando di portarsi dietro la montagna tutta.

Gli autori hanno girato Alpi e Appennini per parlare con gli attori coinvolti, volenti o nolenti, in questo cambiamento epocale. Un libro che dopo l’uscita ha continuato il viaggio presentazione dopo presentazione aprendo dialoghi e tessendo reti.