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Reinhold Messner e la moglie Diane Schumacher sono entrati a far parte del neonato Jack Wolfskin Brand Council e membri del Discovery Team. L’obiettivo? Ricostruire la natura e gli ecosistemi.

I coniugi Messner e altri membri internazionali lavoreranno con Jack Wolfskin allo sviluppo di concetti di sostenibilità strategica e a progetti di rewilding a lungo termine all’interno del neonato Brand Council. Il rewilding è parte del Brand Reset di Jack Wolfskin: il marchio segue il principio Rewild ourselves – Rewild the world e sostiene chi desidera riconciliarsi con la natura e condividere le conoscenze in materia. L’obiettivo è anche quello di ricostruire la natura e gli ecosistemi e Jack Wolfskin si impegna a realizzarlo, a difenderne i valori e ad agire di conseguenza. L’azienda collabora con la Messner Mountain Foundation (MMF) fondata da Messner insieme ad altre ong e partner. Il Jack Wolfskin Brand Council intende ampliare la strategia di rewilding, promuovendo innanzitutto iniziative regionali e locali che, oltre all’MMF, comprendono la FCC (Foundation Conservation Carpathia), il cui direttore, Christoph Promberger, può contare sul sostegno di Jack Wolfskin fin dagli Anni ‘90. Tra i membri del Brand Council figurano, oltre a Diane e Reinhold Messner, Ellen Windemuth, fondatrice di Waterbear, Martyna Wojciechowska, giornalista polacca e brand ambassador di Jack Wolfskin, e Ulrich Dausien, fondatore di Jack Wolfskin. Abbiamo avuto l’occasione di parlare con il leggendario alpinista di questo progetto e dello stato di salute della montagna.

Cos’è esattamente il Brand Council?
Siamo una mezza dozzina di persone, tra cui mia moglie e io, che hanno a cuore il rewilding, ovvero il riportare allo stato originale le zone selvagge. Tramite il dialogo e successivamente il lavoro cerchiamo di risolvere determinate situazioni e problemi della quotidianità montana. Per esempio, il problema dell’orso in Trentino o dei lupi nelle Alpi è reale e noi cerchiamo di fare da mediatori tra gli animalisti e il contadino di montagna che ha paura per il suo gregge. La montagna è
anche questo: non è solo vette, ghiacciai e cime ma boschi, malghe e prati verdi. Ed è nostro dovere mantenerla viva. Non vogliamo solo comunicare ma agire. Non è una protesta la nostra bensì una proposta di soluzione a problemi reali.

Già da anni promuovi questi concetti con la Messner Mountain Foundation. Come si concilia con il progetto di Jack Wolfskin?
La Foundation è nata 20 anni fa e nel tempo ha promosso numerose iniziative. L’ultima è il museo realizzato per gli sherpa: viene ripercorsa la loro storia, quindi come sono giunti nelle zone dell’Everest e come si sono evoluti negli anni fino a diventare un tassello fondamentale dell’alpinismo moderno. Spesso però vengono dimenticati o comunque non viene data a loro l’importanza che meritano. Come il progetto portato avanti con Jack Wolfskin, vogliamo dare voce a quelle comunità montane che troppo spesso sono state lasciate ai margini.

In questo progetto è coinvolta tua moglie Diane. Vi ispirate a vicenda sui temi ambientali?
Con Diane sono stato anche in cordata quindi siamo letteralmente molto legati. Condividiamo gli stessi valori, anche in termini ambientali. Entrambi vogliamo andare in giro per il mondo un’ultima volta: il progetto si chiama Final Expedition e prevede di non tornare in un posto se siamo già andati. Vorrei raccontare alle prossime generazioni l’alpinismo tradizionale; quest’ultimo sta scomparendo per via di tante nuove discipline, come l’arrampicata. L’alpinismo è portatore di valori molto importanti, sia di natura umana che di montagna.

Hai vissuto tante fasi dell’alpinismo. Com’è cambiato l’approccio all’ambiente nel corso del tempo? Si può ancora migliorare? Se sì, come?
Il rispetto ambientale è fin dall’inizio parte integrante e fondamentale dell’alpinismo tradizionale, anche perché il turismo ha portato le masse in montagna. Oggi abbiamo la necessità e la possibilità di capire che la montagna non è solo roccia, ghiaccio e ghiaione ma è soprattutto la terra lavorata. Nelle Alpi fino a 2.500 metri i campi vengono coltivati, nell’Himalaya fino a 5.000. Questa lingua di terra è molto più importante di quello che c’è sopra perché vi è la biodiversità che dipende dall’uomo. Viviamo in questo modo da oltre otto mila anni ed è fondamentale che il know-how che abbiamo acquisito non venga dimenticato.

Un brand di montagna per essere popolare può solo ed esclusivamente puntare sulla tecnicità o deve comunicare altro?
Deve mandare un messaggio e raccontare tutti i suoi aspetti, non solo quelli tecnici ed economici. Come l’alpinismo d’altronde: quando vi è una storia attorno, le nostre scalate sono più importanti. Lo stesso vale per i marchi.

Come sta la montagna?
Soffre, molto. Siamo tutti a conoscenza della situazione dei ghiacciai e la montagna, senza il suo ghiaccio, ha molto meno fascino. La montagna soffre e con lei la comunità montana: in futuro costerà sempre di più vivere in certe zone e non sarà più sostenibile per molti.