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Andrea Lanfri, nuovo ambassador Vibram, è un alpinista ed esploratore pluriamputato. Per lui le protesi sono solo i nuovi piedi, strumenti per conquistare vette e realizzare i suoi sogni.

Chi è?

Ci sono storie e Storie. Quella di Andrea Lanfri parla di perseveranza, sudore e lacrime, sfortuna e fortuna, cadute e ripartenze. Nato a Lucca il 22 novembre 1986, alla soglia dei trent’anni inciampa, come lo definisce lui, in un piccolo intoppo: meningite fulminante con sepsi meningococcica. Un mese e mezzo in coma. Al suo risveglio scopre di aver perso entrambe le gambe e sette dita delle mani. Durante gli svariati mesi passati nel letto dell’ospedale, Andrea voleva correre. Senza ragione né logica particolare, ma solamente d’istinto. Voleva correre veloce per farsi beffe del destino che aveva provato a fermarlo. “Non ho le gambe? Allora corro!”.

Credits: Ilaria Cariello

Inizia così la sua seconda vita e il suo percorso (vincente) nell’atletica. Il tutto grazie a una raccolta fondi. Era il novembre 2015 quando moltissime persone sono intervenute da tutta Italia per aiutarlo ad acquistare delle protesi e diventare un corridore. Entra a far parte della nazionale italiana di atletica leggera paralimpica, conquistando record, medaglie europee e un argento mondiale a Londra, sfiorando le Paralimpiadi di Rio del 2016. Sono tanti i fattori che gli hanno fatto riconsiderare il suo impegno nel mondo dell’atletica (tra cui la nuova formula MASH, l’altezza massima permessa a un atleta biamputato): in primis, il richiamo forte della montagna e la voglia di avventura. Nel 2018 decide insieme a degli amici di scalare il Monte Rosa: in tre giorni raggiunge Capanna Margherita e da lì non si è più fermato. Fino a diventare il primo uomo con pluriamputazioni a salire sul tetto del mondo. Abbiamo avuto modo di incontrare Andrea, in occasione dell’ingresso ufficiale nel Team Vibram, a Milano.

Ciao Andrea. Prima di dedicarti all’alpinismo hai avuto un passato vincente nell’atletica. Qual è la differenza principale tra questi due mondi?

La voglia di avventura ed esplorazione – intrinseca dentro di me – che purtroppo nell’atletica viene a mancare. Io alla corsa devo la mia seconda vita: è colei che mi ha permesso di tornare in montagna, mi ha permesso una riabilitazione corretta, mi ha permesso di allenarmi con lo stimolo della gara. Però per me era molto limitante, molto fine a sé stessa. Io ho sempre avuto il desiderio di affrontare nuove sfide, sin da piccolino. Banalmente, ho sempre cambiato sport – dal calcio alla pallavolo. Mi piace molto variare e sperimentare. E così è stato.

Tra le tue imprese, nel settembre 2021 hai scalato il Monte Rosa in 18 ore e 7 minuti non stop, pedalando da Genova Voltri a Staffal, e poi a piedi verso la cima del quattromila. Com’è nata questa idea e qual è il messaggio che c’è dietro?

Il progetto From Zero to Zero nasce come allenamento, fisico, mentale e di gestione delle protesi. Un allenamento blando (ride, ndr). Le prime due volte sono state sulle Alpi Apuane, dietro casa mia, e sull’Etna in quanto mia nonna è di Catania e ho sempre voluto andarci. E poi c’è stato il Monte Rosa. Ho scelto questa montagna perché nel 2018 ha segnato il mio ritorno all’alpinismo: in tre giorni ho raggiunto infatti la Capanna Margherita. Ha quindi un grande valore per me. Sono partito dunque da Genova, ho fatto 226 km di bici in nove ore circa e poi altre nove ore per raggiungere la vetta. Questo era per dimostrare a me stesso il mio miglioramento: da tre giorni a 18 ore e 7 minuti partendo da Genova. Il progetto da allora si è sviluppato in maniera costante. Lo vedo un po’ come un percorso di vita: si parte da zero, si arriva da qualche parte e poi si ritorna da dove si è partiti ma diversi, arricchiti dal viaggio.

Credits: Ilaria Cariello

Leggi l’intervista completa a pagina 34 e 35 di Outdoor Magazine 10!