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Sovente parliamo – con accezione peraltro giustamente positiva – del concetto di velocità applicato alla montagna ma anche al business. Saper progredire velocemente, fast & light, sui sentieri, specie se a elevate altitudini, non è solo questione di pura performance ma permette di essere meno esposti ai rischi. In particolare a quelli meteorologici e climatici. Così come agire con rapidità e prontezza ai cambiamenti del mercato può far mantenere o guadagnare un vantaggio competitivo, favorendo la crescita della propria azienda. Sia che si parli di un brand, di un negozio o di una qualsiasi altra realtà operante nel nostro settore.

A proposito di crescita: come abbiamo più volte sottolineato proprio su queste pagine, l’outdoor industry arriva da almeno due anni di incrementi significativi sotto tutti i punti di vista: fatturati, praticanti, interesse generale. Tuttavia, proprio a chiusura dell’appena conclusa campagna vendite estiva PE 2023, il mercato ha iniziato a decelerare e molte aziende hanno registrato una frenata significativa. Confermando per la maggior parte i volumi della stagione precedente, con magari un lieve aumento di fatturato (nell’ordine del 5/10%) dovuto però anche all’inevitabile ritocco dei listini (anche del 10/15%). Meglio la calzatura dell’abbigliamento. Bene tutta la fascia di prodotti che vengono venduti al pubblico tra le 100 e le 250 euro. A questo proposito interessante leggere quanto emerso dall’inchiesta realizzata su un panel di aziende che riportiamo a pagina 10 nell’ambito della consueta rubrica “Punto IOG”.

Ma tornando al tema con il quale abbiamo esordito: non sempre è possibile – o consigliabile – considerare in assoluto la velocità come la miglior soluzione. All’opposto, capita che a volte si debba – per scelta o per necessità – rallentare. Nella vita, in montagna, nel business. Senza che questo debba essere per forza un segnale negativo o di debolezza. Certo, difficile concordare con la tesi di uno dei relatori del recente Europan Outdoor Summit di Annecy, importante appuntamento internazionale del mercato outdoor tornato dopo tre anni di assenza (l’ultimo si era svolto a Interlaken, in Svizzera, nel 2019). Outdoor Magazine era come sempre presente in qualità di media partner e ve ne diamo un primo breve sunto nel report di pagina 14, in attesa di condividere alcuni interessanti approfondimenti sui temi emersi all’interno dei prossimi numeri.

Ma dicevamo: pur con tutta la buona volontà non ce la sentiamo proprio di assecondare il pensiero visionario, ma anche un po’ semplicistico, del professor Jason Hickel, antropologo e parte del board strategico del Green New Deal europeo: il quale nello speech di apertura del summit, davanti a oltre 300 delegati, tra i quali importanti top manager ed esponenti di molti importanti marchi dell’outdoor industry, ha affermato candidamente che per risolvere una parte dei problemi che affliggono il pianeta basterebbe dimezzare le proprie vendite e produzioni. Senza pensare, evidentemente, che questo significherebbe anche lasciare a casa metà della forza lavoro del nostro settore. Oppure che – proprio grazie a una maggior diffusione delle attività outdoor e quindi ovviamente anche dei prodotti atti a praticarle – i vantaggi sulla società e sugli individui possono anche essere superiori all’innegabile impatto che ogni genere di prodotto, di qualunque foggia e materiale esso sia, provoca sull’ambiente.

Certo, il discorso si inquadrava in considerazioni più generali anche sul settore del fashion (quello sì, a volte un po’ troppo “fast”, tanto per tornare sul tema) e sui massimi sistemi del nostro sofferente pianeta Terra. Al di là dell’evidente impossibilità di accettare (nel senso letterale di tagliare) a metà le attività produttive di migliaia di aziende, possiamo cogliere la provocazione per una più costruttiva riflessione sul tema non tanto della decrescita che, evidentemente, così felice non può essere. Bensì su quelli di un virtuoso rallentamento. Così come della rinuncia. Due concetti anch’essi ben conosciuti da chi frequenta con consapevolezza e preparazione la montagna. Compresi i migliori alpinisti. I quali sono ben consci che talvolta è bene rallentare per non bruciare le energie e rischiare di arrivare in vetta stremati, prima di affrontare la via del ritorno. O magari di non arrivarci proprio. Cima alla quale – altre volte – è saggio rinunciare per non mettere a rischio se stessi e i propri compagni di cordata.

Ecco che tornando nell’arena del mercato, i medesimi valori possono assumere un significato positivo e nobilitare in alcune scelte. Fare un passo indietro, riflettere più attentamente e magari attendere qualche mese in più prima di lanciare una novità tanto per farne parlare, è segno di saggezza più che di indecisione. Rinunciare consapevolmente a un’alta percentuale di crescita a tutti i costi per preservare i propri clienti e non riempirli troppo di merce se le prospettive sono incerte, è sintomo di lungimiranza più che di insicurezza. Realizzare prodotti qualitativamente più validi e duraturi (e magari riparlarli, se possibile) non significa solo diminuire la frequenza con la quale vengono acquistati, ma essere più responsabili nei confronti dell’ambiente e più credibili presso chi li utilizza (Patagonia insegna, esempio per fortuna sempre più seguito anche da altri marchi). Potremmo andare avanti con altri esempi, ma credo il concetto sia chiaro e possiamo trasfigurarlo utilizzando ancora una volta la metafora della montagna a tutti noi cara: per certe ascensioni meglio prendersi più tempo. Scegliere il sentiero più lungo ma più panoramico. Godersi il viaggio. Arrivare, anche se lenti, alla meta.

Benedetto Sironi – Editoriale Outdoor Magazine n° 10/2022