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Solo il brutto tempo ferma la lunga cavalcata di Nico Valsesia.

Alle 12:33 di sabato 22 maggio, dopo un abbraccio ben augurante con il figlio Felipe, Nico Valsesia, a due passi dal mare di Hopa, una cittadina adagiata sul Mar Nero della Turchia nord-orientale, inforca la sua bicicletta gravel e inizia a pedalare. La prima parte della sua nuova impresa, come da marchio di fabbrica da lui più e più volte eseguito, è un’avvicinamento di 472 km alla base del monte Ararat che poi andrà a salire a piedi. La Turchia, ancora alle prese con una pandemia dilagante, ha messo un lockdown totale nei weekend e sulle strade non c’è quasi nessuno.

La strada, quasi sempre ben asfaltata, scorre prima in una valle e poi inizia una lunga e massacrante salita di oltre 100 km, quindi prosegue su e giù per altipiani prima molto verdi e poi dalle tonalità più aride dell’interno.

La prima grossa e imprevedibile problematica di Valsesia, che pedala bene e si alimenta con ricercata costanza, sono i tanti cani, talvolta randagi, che popolano queste strade. I cani attaccano più e più volte il corridore di Borgomanero (NO), costringendolo anche a scendere dalla bicicletta e usare la stessa per difendersi dai vari attacchi. Poi sarà l’auto al seguito dell’atleta a mettersi in mezzo e a fare da deterrente per i tanti cani incarogniti contro il ciclista.

La notte, fredda e molto ventosa di suo, con gli agguati improvvisi di questi branchi di pericolosi randagi, diventa così un tormento non indifferente. Una pena che dura oltre 300 km, per poi svanire con le prime luci del sole e con il cambio di zona. Il cielo è grigio e le temperature iniziano a salire.

Una foratura e alcuni posti di blocco militari, in un area contesa con la vicinissima Armenia, rallentano leggermente il buon passo del ciclista, mentre in giro, bar, market e qualsiasi tipologia di negozio sono chiusi, mettendo a dura prova il pianificato reintegro alimentare del Valsesia del suo team. Arrivati a Dogubayazit, la piccola cittadina sulla piana ai piedi dell’Ararat, già base logistica per la prima ascensione conoscitiva e d’acclimatamento con raggiungimento della vetta, dei giorni precedenti, si decide per un reintegro energetico importante.

Ci si ferma nell’albergo di supporto, dove il ciclista si nutre con un’abbondante porzione riso e patate bollite. In quest’occasione, dopo una dormita di un’ora e mezza, il Valsesia cambia anche la bicicletta. Sapendo che gli ultimi 20 km in programma per arrivare allo spiazzo da cui partono tutte le ascensioni al monte sono sterrati, ora utilizzerà una gravel con copertoni più larghi e tassellati.

Una salita veramente impervia, flagellata dal vento e con il cielo che diventa sempre più nuvoloso e scuro. La frazione ciclistica che termina dopo 25 ore e 31 minuti. Un cambio d’abito discretamente veloce, con le prime gocce d’acqua ad annunciare l’inevitabile. Dopo un paio d’ore di marcia, il Valsesia, accompagnato dal figlio Felipe e da un guida locale, è costretto a un riparo di fortuna sotto una roccia per evitare una forte grandinata e i tanti fulmini che saettano in cielo.

U ’altro spostamento verso l’alto in un momento di apparente calma, mentre il nero della notte si è impossessato della montagna, e un secondo stop forzato da un’altra grandinata spinta da un vento fortissimo. A quota 3.200 metri l’ospitalità in una tenda di un gruppo di escursionisti anche loro bloccati dalle avversità meteorologiche, un riparo fortuito che servirà per tutta la notte. La mattina di lunedì 24, vento leggermente in calo e nessuna precipitazione, un ultimo tentativo alla cima porta padre e figlio fino ai 3.800 metri dove li avrebbe dovuti attendere una tenda di servizio, ora distrutta dalla forza della natura.

Le condizioni che continuano a essere estreme e le previsioni meteo che danno ulteriore peggioramento in arrivo, costringendo il Valsesia ad arrendersi all’evidenza. Restano comunque una vetta conquistata nei giorni prima e un tentativo di record portato nuovamente al limite da un atleta, che a 50 anni, ha ancora qualcosa da dire.

(Testo e foto: Dino Bonelli)