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Nella giornata del Nepal, la stessa in cui il gruppo dei 10 festeggiava la prima invernale all’ultima montagna ancora da salire nella stagione più fredda, il mondo alpinistico è stato sconvolto dalla grave perdita del catalano Sergi Mingote.

Inseguiva un sogno grande Mingote, quello di essere il primo ad arrivare lassù senza l’ausilio di ossigeno supplementare, e aveva tutte le carte in regola per farcela. Purtroppo non è stato così. Un incidente, una brutta caduta, i soccorsi che si sono adoperati al meglio per evacuarlo quanto prima, ma è stato tutto inutile. Il dramma dell’accaduto non toglie nulla alla grandezza dell’uomo che, in una intervista pubblicata sulla nostra rivista, aveva risposto così alla nostra domanda concernente il rischio che un alpinista si deve assumere ogni qualvolta decide di cimentarsi in imprese di questo tipo.

Cosa pensi del rischio legato alle imprese alpinistiche e, nella fattispecie, in quelle estreme come un ottomila nella stagione più fredda?

Senza dubbio ci assumiamo un rischio alto. Però, secondo me, provare a superare le proprie paure è una grande opportunità per crescere e questo progetto lo è sicuramente. Le possibilità di salire in vetta sono poche e i rischi associati tanti, ma qualcuno pensa che ci sia un altro modo per affrontare il K2 in inverno?

Il fortissimo himalaysta, ambassador e tester Millet era partito da casa il 19 dicembre ed era già a buon punto con l’acclimatamento. Nel suo palmarès ce ne erano già 11 di ottomila, ma il K2 invernale era per lui la realizzazione di un sogno e un modo per dare ancor più senso alla sua già brillante carriera.

Mi trovo a un punto della mia carriera di alpinista in cui ho raggiunto esperienza e maturità, unite alla serenità legata all’età. Penso sia arrivato il momento giusto per affrontare il mio secondo K2 con la calma e la determinazione necessarie. È un’opportunità per scrivere la storia e per affrontare “la montagna delle montagne” nella sua sfaccettatura più aspra e complicata. Una grande sfida.

La spedizione di Mingote cadeva anche nei festeggiamenti del centenario di Millet ed era un’occasione unica per celebrare i 100 anni del marchio di Annecy.

La sua morte ha lasciato tutti senza parole e, in parte, smorzato l’entusiasmo dell’impresa (senza nulla togliere ovviamente) dei nepalesi. In tanti hanno, attraverso i propri canali social, pubblicato ricordi (foto, video e belle parole) per commemorare l’alpinista, l’uomo, l’amico. Intanto, mentre si attende il suo ritorno “a casa”, non resta che ricordarlo per quello che davvero era: un uomo, un entusiasta e un sognatore.

Tatiana Bertera