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Molte politiche di sostenibilità dei marchi di abbigliamento sportivo ruotano attorno a un maggiore utilizzo di poliestere riciclato (rPET) nella loro offerta di prodotti. Ma questo processo non basta: c’è qualcosa di più che deve essere compreso, perché, per quanto lodevole possa essere l’abbandono dei materiali sintetici derivati dai combustibili fossili, si tratta solo di una minima parte di ciò che potrebbe e dovrebbe essere fatto. Il riciclo del poliestere è una buona idea, ma da solo non è sufficiente per consentire a brand e produttori di costruire strategie ambientali efficaci.

Questo quanto scritto in un articolo di Sophie Bramel, inserito nel nuovo numero di WSA, dal titolo “La sostenibilità a chiazze del poliestere riciclato”.

Nel giro di pochi anni, le campagne per vietare la plastica monouso e le immagini di spiagge disseminate di rifiuti di plastica hanno aumentato la consapevolezza della popolazione globale. Così, quando un marchio di abbigliamento sportivo promuove l’uso di capi di abbigliamento in poliestere realizzati con bottiglie riciclate, i consumatori sono portati a credere che questo sia un modo per ridurre i rifiuti di plastica e si sentono appagati nell’aver fatto la loro parte per “salvare il pianeta”. Non sanno che, in effetti, solo una piccola parte delle bottiglie in PET e degli imballaggi viene convertita in nuovi prodotti: in Europa, leader mondiale in questo settore, solo il 32,5% dei rifiuti di plastica viene riciclato, il restante viene incenerito (42,6%) e lasciato in discarica (24,9%).

Per di più, a fare attenzione si scopre che solo raramente le aziende indicano con precisione e in quale percentuale fanno uso di poliestere riciclato, mentre, nel frattempo, i principali marchi sportivi (Nike, adidas, Puma solo per citarne alcuni) decantano le proprie cifre a favore della sostenibilità, specificando il numero di bottiglie PET utilizzate o l’appoggio a tecnologie green alternative (anche se sempre sulla base di comunicazioni volontarie e autodichiarative).

Queste affermazioni fuorvianti o incomplete e la mancanza di trasparenza fanno sì che qualsiasi affermazione relativa al poliestere riciclato poggi su un terreno instabile. Per avere un quadro corretto della situazione e fare una valutazione veritiera dell’impatto ambientale, sono necessari dati di maggiore qualità e affidabilità. Ad esempio, per la realizzazione di report sui principali materiali utilizzati nell’abbigliamento, è necessario avere accesso a informazioni dettagliate lungo tutta la catena di produzione e spedizione.

Dunque gli impegni molto vaghi assunti dai principali brand di sportswear – probabilmente i maggiori utilizzatori di poliestere -, non rendono giustizia al compito in questione ma persisteranno e continueranno a considerare il PET riciclato come un altro esempio di greenwashing (ecologismo di facciata), non l’alternativa per eccellenza. Si spera, che col tempo, i consumatori si renderanno conto della differenza tra l’intenzione e l’azione.

Troverete l’analisi completa sulla reale sostenibilità del poliestere riciclato nei prossimi numeri dei nostri magazine.