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Martedì 10 novembre due gruppi di persone, di esigue proporzioni, si sono ritrovati uno sulla cima del Col de Bousc e l’altro in prossimità della ex cabinovia di Pian dei Fiacconi con l’obiettivo di far sentire la loro voce: hanno manifestato la loro contrarietà allo sfruttamento della montagna con la costruzione di nuovi impianti che, nonostante l’emergenza sanitaria in corso, non è previsto che si fermi.

La Marmolada, da sempre la Regina delle Dolomiti e simbolo del patrimonio naturalistico italiano, ha aperto la strada al turismo di massa basato anche sugli impianti di risalita. Dopo 70 anni la parte trentina si ritrova senza impianti e proprio nell’ottica di reagire allo sfruttamento indiscriminato delle montagne, queste persone ritengono sia il momento di cambiare direzione e dirigersi andare verso un modello turistico che esuli dalle logiche dei grandi numeri e del turismo di massa che sono alla base della redditività economica degli impianti di risalita.

D’altro canto negli ultimi anni è avvenuto un cambio di tendenza delle richieste turistiche: i cambiamenti climatici in atto hanno contribuito enormemente all’aumento dei costi di manutenzione a causa della creazione di nuovi bacini artificiali e all’implementazione dell’innevamento programmato che stanno portando all’insostenibilità economica e all’intensificazione di campagne marketing per la conquista di nuovi mercati. Per di più le persone sono sempre più desiderose di praticare sport che consentano di essere a contatto con la natura.

Il periodo che stiamo affrontando, che non ha precedenti nella storia, sta mettendo a nudo le criticità e i limiti dei grandi numeri nel turismo e la stagione appena trascorsa ha evidenziato la necessità di sviluppare un turismo montano diversificato per tipologia di offerta. E il progetto del Carosello in Marmolada, con il collegamento di passo Fedaia a Sass Bianchet e un eventuale collegamento Trentino- Veneto, va nella direzione opposta.

Le nuove stazioni degli impianti avranno un notevole impatto paesaggistico, senza considerare che tale progetto prevede l’arroccamento in mezzo al ghiacciaio in una zona ancora libera da infrastrutture e molto pericolosa dal punto di vista geologico a causa dei numerosi crepacci. Oltre a ciò si andrebbe a sfregiare l’immagine della Marmolada stessa perché la costruzione di nuovi piloni e una nuova stazione in mezzo al versante nord inquinerebbe ulteriormente una montagna già notevolmente compromessa dai precedenti interventi umani.

Gli impianti definiti come “pesanti” sono caratterizzati da un enorme costo iniziale di costruzione e significativi oneri di manutenzione. Gli inevitabili costi derivanti dalla riconsiderazione di tutte le piste, la necessità di grandi aree di parcheggio, la costruzione di imponenti opere anti-valanghive fanno pensare a una insostenibilità economica, anche ipotizzando un ottimistico raddoppiamento dei passaggi a seguito del progetto di sviluppo impiantistico.

Un altro elemento che non è stato sufficientemente valutato è quello relativo agli agenti atmosferici: il forte vento e l’alto rischio valanghivo di tutto il versante nord e l’inevitabile posizione soggetta a rischio valanghe della stazione a valle.

Le Dolomiti, quindi anche la Marmolada, in quanto patrimonio naturalistico senza eguali al mondo e patrimonio dell’Unesco hanno il diritto di essere salvaguardate. È indispensabile costruire un progetto turistico sostenibile per la salvaguardia e la valorizzazione di questi luoghi sempre più soggetti al degrado antropico.

Sostenibilità ambientale, economica e sociale sono le linee guida per un progetto di riqualificazione turistica volta alla rivalorizzazione delle risorse ambientali, naturalistiche e storico-culturali, in una chiave di lettura esperienziale.

Così come 70 anni fa la Marmolada è stata pioniera per il turismo di massa, oggi può tornare a essere capofila di un nuovo modello basato su una logica di sviluppo a lungo termine, che tiene conto della valorizzazione del nostro patrimonio culturale, la conservazione e il rispetto dell’ambiente, mantenendo intatta l’attrattività dei luoghi di questo patrimonio mondiale dell’umanità.

Lo studio del MUSE “Verso un turismo sostenibile per l’area della Marmolada” ha sottolineato come il bacino di utenza turistica presenti già una dotazione di piste ed impianti completa, sia per tipologia che per posizione, e come le infrastrutture impiantistiche esistenti non vengano utilizzate al pieno delle proprie potenzialità. Di conseguenza la realizzazione di nuovi impianti e il collegamento tra i due versanti risulterebbe obsoleta ed esclusivamente consumistica.

Se invece venisse stimolata la collaborazione attiva di protagonisti come la Sat, il Muse, gli operatori locali, le guide alpine, la comunità Fassana e le istituzioni, le associazioni ambientaliste, l’istituto ladino di Fassa, si svilupperebbe un’offerta completamente distinta rispetto alla tradizione Dolomitica. Questi luoghi risulterebbero più competitivi rispetto alle offerte turistiche esistenti, non perseguendo solo lo sport e il divertimento ma anche la valorizzazione paesaggistica, antropologica, storica della montagna simbolo delle Dolomiti.

Segue un estratto di un bellissimo articolo di Dino Buzzati, apparso sul Corriere della sera nell’ormai lontano 8 febbraio 1935

Supponiamo che una commissione di tecnici dotati di poteri soprannaturali, oltre che di buon gusto è di competenza sportiva, fosse stata incaricata di costruire una montagna perfetta dal punto di vista sciistico; non una pista, intendiamoci, ma proprio un colosso di grande statura, razionalmente artisticamente ideato per una ascensione tipo.

Non crediamo che i tecnici avrebbero stentato a mettersi d’accordo: una quota assoluta piuttosto alta perché non mancasse mai neve, ma non eccessivo il dislivello dalla base alla cima. un pendio immenso e ondulato, con ghiacciaio, che dalla vetta scivolasse senza interruzione sino al piedistallo, è rivolto a nord, affinché il sole non lo rovinasse. Il versante sud invece l’avrebbero costruito a picco, con il doppio scopo di accrescere il decoro personale del gigante e di offrire materia prima agli arrampicatori nei mesi estivi. Attorno e in mezzo all’immenso campo di neve avrebbero innalzato mastodontiche rupi, che, senza intralciare le scorribande degli sciatori, offrissero loro motivo di estetico compiacimento. un tecnico, inoltre, persona raffinata, avrebbe proposto di lasciare aperto nel ghiacciaio, durante l’inverno, qualche crepaccio dei più grandi; il che, senza costituire pericolo, avrebbe certo contribuito al fascino dell’ambiente.

Compiuto il grosso dell’opera i tecnici si sarebbero messi a litigare. Mettere o non mettere una teleferica o funicolare che portasse in cima? Stimiamo però che l’idea sarebbe stata bocciata. Trattandosi di una montagna sul serio, non si poteva farle di proposito un simile affronto; e poi la discesa è giusto e bello guadagnarsela con le proprie gambe ….

Una volta condotta a termine la ciclopica costruzione, il tecnici si sarebbero scrollata di dosso la neve è rimasta attaccata e loro abiti e, con un sorriso soddisfatto, avrebbero presentato al mondo il loro capolavoro. Ebbene, per quanto non ci sia consentito di entrare nei cervelli degli ipotetici progettisti, siamo sicuri che dalle loro fatiche sarebbe venuto fuori qualcosa di molto, ma molto simile alla Marmolada. “