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E con “oltre” intendiamo oltre il concetto stesso di spedizione. Non solo una vetta di 8.000 metri, mai salita dall’alpinista bergamasco nella stagione più fredda e un inedito tentativo invernale di concatenamento, ma anche ricerca scientifica. Fatta, quest’ultima, in collaborazione di Eurac Research, partner (scientifico) del progetto.

In questo modo l’alpinismo – ha spiegato Moro – spesso apostrofato come una attività di per sè priva di senso (facendo riferimento all’alpinismo come ricerca/conquista dell’inutile, ndr), acquisisce un senso, anzi un valore. Perchè, con o senza la vetta, torneremo a casa con dati importanti per la ricerca scientifica.

L’annuncio della nuova spedizione, cioè l’ascesa al GI e il tentativo di concatenamento invernale al GII insieme alla ormai “rodata” compagna di cordata Tamara Lunger, è stata resa ancora più ghiotta dalla presentazione del nuovo libro di Moro “I sogni non sono in discesa” (Rizzoli ed.). Le date indicative di partenza sono quelle del 18/19 dicembre con ritorno ai primi di febbraio. Ma ad accendere ancor di più la scintilla nel pubblico non è stata la portata della spedizione, ma la preparazione (forse sarebbe meglio acclimatamento artificiale) che i due stanno facendo presso l’Eurac di Bolzano, al NOI Techpark (polo dell’innovazione dell’Alto Adige).

L’acclimatamento artificiale – All’interno dell’innovativo terraXcube, la grande camera ipobarica per la simulazione di climi estremi di Eurac Research, Simone e Tamara sono seguiti da medici, fisiologi e ricercatori che monitorano l’acclimatamento e monitoreranno il de-acclimatamento post spedizione. La preparazione, durante la quale i due alpinisti trascorreranno diverse ore della giornata (e dormiranno) nella speciale camera che simula non solo la quota ma anche le condizioni (vento forte, freddo, neve…) che troveranno sul massiccio del Gasherbrum, è già iniziata e durerà 4 settimane. Terminata partiranno subito per quella che ci piace definire una spedizione lampo che li vedrà di ritorno, in via ipotetica, a inizio febbraio.

La spedizione – La traversata dal GII al GI fu portata a compimento, per la prima volta 35 anni fa, dalla cordata Messner – Kammerlander. Fu la prima traversata di due ottomila della storia. L’intenzione di Simone e Tamara non è solo la seconda ripetizione invernale al GI, ma la prima invernale del concatenamento delle due vette. Ispirandosi dalla grande avventura di cui Messner e Kammerlander si resero protagonisti. Il progetto, molto ambizioso e (così lo ha definito lo stesso Moro) “di difficile ma non impossibile riuscita”, si dividerà in due parti: in primis l’ascesa al GI (8.068 m e salito per la prima volta in inverno nel 2012 dai polacchi Bielecki e Golab) e successivamente la vetta del GII, scendendo al Gasherbrum La, il passo tra le due cime, e risalendo verso la seconda meta. A seguirli i fotografi Matteo Zanga e Matteo Pavana, che tenteranno di far volare persino un drone per effettuare straordinarie riprese.

I fini della ricerca scientifica e la preparazione – Ma torniamo per un attimo alla ricerca che sta alle spalle dell’impresa ma che ne costituisce, a detta di Moro, un fulcro molto importante. Lo stato di ipossia colpisce il fisico umano a partire dai 2.500 metri di quota ed è la causa di diversi distturbi, che peggiorano man mano che aumentano i metri. L’acclimantamento (finora comunque studiato fino a quota 5.000/5.500 metri) richiede un tot di tempo, mentre per quanto riguarda il de-acclimatamento (oppure la durata del de-acclimatamento) non esistono molti studi. Conoscere come reagisce l’organismo a certe condizioni è vantaggioso non solo per le spedizioni alpinistiche ma anche per chi lavora in quota. Lo studio si svolge in più fasi che comprendono una batteria iniziale di test e esami (risonanza magnetica, esami del sangue, ecografia polmonare e del nervo ottico, ECG ed ecografia cardiaca e misurazione della microcircolazione sublinguale), l’acclimatamento vero e proprio e una fase post spedizione, durante la quale Tamara e Simone verranno sottoposti alla stessa batteria di esami fatti in partenza fino a che i valori non saranno tornati quelli iniziali. Questo per capire la durata dell’acclimatamento una volta tornati a quote inferiori. L’acclimatamento è stato a sua volta suddiviso in altre fasi: la prima (iniziata il 16 novembre) prevedeva che i due trascorressero solamente la notte nel terraXcube e si allenassero durante all’esterno durante il giorno; per le due settimane successive invece permarranno ancora più tempo nella camera ipobarica e anche l’allenamento (con attrezzi e tapis roulant) avverrà all’interno. Questo li porterà in maniera artificiale ad essere ben acclimatati fino a quota 6.400 metri. Non è detto che, in caso di riscontri fisici positivi e in assenza di malesseri, i ricercatori potrebbero portare i loro corpi anche al superamento della soglia prestabilita.

Ph. Matteo Pavana